Cristopher stava seduto in macchina, come sempre quando doveva prepararsi per un lavoro importante.
Dal finestrino aveva un’ottima visuale della porta del palazzo di fronte.
Si era attrezzato per restare nella sua vettura qualche ora, quindi aveva portato con sé qualcosa da mangiare e un po’ di caffè per tenersi sveglio.
Non era la prima volta che si recava lì. Non era nemmeno la seconda a dirla tutta. Erano giorni che puntualmente si recava in quella strada, parcheggiava dal lato opposto al palazzo e attendeva.
Poteva sembrare strano, ma la parte più importante del suo lavoro si svolgeva in macchina.
Gettò la sigaretta ancora accesa dal finestrino e la osservò rimbalzare sul cemento fino a fermarsi vicino ad una panchina poco distante.
Era stanco, in effetti, starsene seduto in macchina, per quanta poca energia richiedesse, era stancante alla lunga.
Un mal di schiena davvero aggressivo lo stava tormentando da un po’, ma disse a se stesso che doveva resistere.
Non poteva di certo gettare giorni di lavoro per un malessere. Frugò nel taschino della camicia e trovò il flacone.
Sconsolato realizzò che era rimasta solo una pillola e senza indugiare oltre la prese tra le dita, immaginando che saltasse fuori dal finestrino come la sigaretta e rimbalzasse anch’essa con suo sommo dispiacere.
Ma la pillola invece si rese utile e sparì nella sua gola. La ingoiò pensando che di lì a poco il dolore sarebbe diventato solo un vago e lontano ricordo.
Era l’ultimo giorno prima della fase finale. Guardò l’orologio, erano le otto di mattina. Mancava poco.
“Eccola lì puntuale come un orologio svizzero!” pensò, osservando la donna uscire dalla porta principale per recarsi come tutte le mattine dal panettiere.
“Ok brava, come sei precisa e metodica, adesso scommetto che svolterai l’angolo, andrai a salutare l’edicolante e comprerai un giornale”
La donna pareva eseguire gli ordini impartiti da Cristopher, tanto rispettava i movimenti ed i tempi da lui previsti.
In realtà non era così. L’aveva osservata per tutta la settimana ed era l’unica ragione di tanta precisione nelle sue previsioni.
Guardò ancora l’orologio, erano le otto e cinque. A questo punto, secondo la prassi, la donna sarebbe andata dal tabaccaio a comprare le sigarette, poi al supermercato e non sarebbe rientrata che dopo un’ora circa.
La scorse mentre saliva in macchina ed usciva dal parcheggio. In effetti, anche se non rientrava nell’ambito del suo lavoro, non riusciva ad astenersi dal valutare le persone che osservava meticolosamente per giorni.
La donna era carina, non molto alta, piuttosto magra e sempre in abiti decisamente eleganti. Nulla mai veniva lasciato al caso. Capelli e trucco sempre in perfetto ordine. Non era il suo tipo, ma tutto sommato non gli dispiaceva.
Ciò che maggiormente apprezzava era il suo sorriso, aveva un che di disarmante. Un giorno le si era fermata a pochi metri e lui aveva potuto osservare attentamente i suoi lineamenti.
“Davvero una donna interessante!” aveva concluso.
Improvvisamente si rese conto che stava perdendo tempo. Un’ora può passare in fretta, soprattutto quando “hai fretta” e lui ne aveva molta davvero.
Scese dalla macchina e attraversò la strada quasi correndo, per poco non si fece investire da un auto, il cui conducente non perse l’occasione per coprirlo con una serie di insulti.
Era troppo concentrato persino per rispondere all’uomo che tutto sommato non aveva neanche torto.
Entrò, salì le scale fino al secondo piano, poi si guardò intorno per accertarsi che non vi fosse nessuno ed estrasse la chiave che si era procurato il giorno prima seguendo la donna al supermercato.
Nella confusione lei non si era accorta che una mano esperta le aveva sfilato dalla borsa l’intero mazzo di chiavi.
Cristopher ci aveva impiegato pochi minuti per recarsi nel negozietto, sito all’interno del supermercato stesso, dove aveva fatto fare la copia velocemente.
Subito dopo, utilizzando l’inflazionata tecnica dello scontro casuale aveva lasciato cadere nuovamente il mazzo di chiavi nella borsa di lei, ignara di tutto.
Adesso era nell’appartamento e non restava che cercare soldi e gioielli, prima nei luoghi più tipici e poi eventualmente in ogni anfratto che potesse custodire materiale di valore.
L’aveva osservata bene, era una persona sicuramente piuttosto ricca. I gioielli che indossava e lo stile di vita che conduceva, oltre agli abiti e alla macchina decisamente costosi, denunciavano una certa agiatezza, di cui aveva deciso di appropriarsi.
Diede un’occhiata in giro, aggirandosi nel soggiorno quando improvvisamente sentì una presenza alle sua spalle. Si voltò di scatto, non c’era nessuno. “Dannata suggestione!Mi devo muovere, cazzo!” pensò e continuò ad esplorare.
Di nuovo quella sensazione. La ignorò, ma la sua testa si voltò ugualmente per rimanere immobile quando si trovò di fronte la donna.
In pochi secondi pensò che non era possibile, che non era potuta entrare senza fare il minimo rumore.
Quando finalmente decise di aprire bocca la donna era scomparsa. Il soggiorno era vuoto e sul volto di lui era rimasta un’espressione di sgomento oltre alla bocca spalancata inutilmente.
“Cristo! Ho le allucinazioni. Saranno le pillole per il mal di schiena. Devo smettere e decidermi ad andare da un dottore vero”.
Esaminò il soggiorno ma non trovò nulla di particolare valore. Allora entrò nella stanza attigua, che si rivelò essere la cucina. Decise di non soffermarsi in quella camera, sicuramente in cucina non poteva esserci niente di interessante.
Mentre stava per uscire ebbe di nuovo quella strana sensazione, alzò lo sguardo pur non volendo farlo e lei era lì, vicino alla finestra.
Questa volta non sprecò tempo e parlò subito, inventando una scusa plausibile che spiegasse la sua presenza in quella casa.
“Signora scusi, sono il tecnico del gas, mi ha aperto l’amministratore pensando che lei fosse uscita. Devo solo…..”
La donna era nuovamente sparita. “Cristo! Ma che cazzo succede?”
Consistenti gocce di sudore gli imperlarono la fronte. Cominciò a sentire un senso di nausea salirgli alla bocca dello stomaco. E la testa, già la testa aveva preso a girare come quando da piccolo saliva sulle giostre pericolose.
Quelle che lui e i suoi amichetti definivano “giostre da grandi”. La sfida consisteva nell’imbrogliare il gestore, riuscendo a salire nonostante l’età e soprattutto resistere alla corsa e scendere senza vomitare subito dopo.
“Sto perdendo tempo! Non posso stare male proprio adesso. Sicuramente quello che cerco è in camera da letto, forza Cris, ce l’hai sempre fatta, non fare il coglione proprio oggi” suggerì a se stesso.
Riattraversò il soggiorno guardandosi intorno come un ladro, in fondo era quello che era ormai da anni.
Si diresse in camera da letto e per poco non ebbe un attacco cardiaco quando vide, stesa sul letto, con gli occhi spalancati, la donna, immobile.
La osservò, dapprima, mantenendo una certa distanza. Poi si avvicinò. “Signora, signora mi sente?….riesce a sentirmi?” nessuna risposta.
Avvicinò l’orecchio al petto della donna e non percepì nulla. Poi le prese il polso, ma ancora nulla.
Era morta, non c’erano dubbi era proprio morta!
“Cristo santo! Ma come cazzo è possibile? L’ho vista uscire, e poi prima l’ho vista in soggiorno, in cucina………..mio dio!”
Il senso di nausea accompagnato da un giramento di testa si ripresentarono all’appello come diligenti scolari.
Osservò il cadavere, chissà da quanto era morta? Non da molto a giudicare dall’aspetto. Ma come era successo?
Pareva non presentare segni di violenza oppure di lotta. Non c’erano ferite apparenti, non c’era sangue.
Era semplicemente morta, magari nel sonno. Lo sguardo cadde sul comodino. Un flacone ormai vuoto sostava in bella vista. Lesse l’etichetta per scoprire che si trattava di barbiturici molto potenti.
Allora forse si era suicidata, ma perché?
Mentre rifletteva e cercava risposte che nessuno avrebbe mai potuto offrirgli se non il cadavere stesso, spostò lo sguardo sulla sveglia digitale accanto al flacone.
Erano le 9 circa. A quell’ora sarebbe dovuta rientrare la donna che aveva visto uscire, ma siccome si trovava immobile sul letto era ovvio che lui non aveva più tutta questa fretta di andarsene.
La porta dell’ingresso produsse un forte rumore. Cris si chiese chi poteva essere, chi altro avesse le chiavi dell’appartamento. Si avvicinò allo stipite della porta della camera da letto cercando di spiare senza essere notato.
Rischiò il secondo, oppure terzo, attacco di cuore della giornata, ormai non si contavano più.
Era lei, con le borse del supermercato ed il sacchetto del pane in mano. La osservò sgomento, mentre posava le chiavi della macchina sul tavolo del soggiorno e riponeva nei vari scaffali il contenuto della spesa.
“Una gemella!”pensò “E’ l’unica spiegazione possibile………adesso che faccio? Se va in bagno me ne approfitto per svignarmela e uscire da questa situazione assurda.”
La donna, invece, si diresse tranquillamente verso la camera da letto. Lo vide e non parve affatto sorpresa di trovarlo lì.
“Signora, salve…………ehm…ecco io sono il tecnico del gas, mi ha aperto l’amministratore……..credo che non dovrebbe entrare…..forse non sa che sua sorella…..insomma…..credo sia morta” Balbettò l’uomo saltellando da un piede all’altro e intrecciando nervosamente le dita.
“Non è mia sorella!” dichiarò la donna con voce atona, entrando in camera completamente a proprio agio e per nulla imbarazzata dalla presenza del cadavere.
“Ma allora, scusi, chi è la donna morta sul letto?” chiese confuso Cris.
“Sono io! Chi vuole che sia! Non vede che sono io?” Il tono adesso era piuttosto seccato.
Cris si accasciò sul bordo del letto, si sentiva decisamente male e non riusciva a parlare nonostante miliardi di domande gli affollassero la mente.
“Ma perché si è uccisa? Io non capisco!” blaterò Cris mentre continuava a sudare copiosamente.
“Perché ero stanca, di questo mondo, di questa vita, che non aveva più senso senza mio marito. Mi ha lasciata 6 mesi fa e da allora ho cominciato a bere e non mi sono più ripresa. So che è una vergogna commettere un suicidio, so che è peccato, che nessuno dei miei parenti me lo perdonerebbe mai, che sarebbe un imperdonabile disonore per il buon nome della famiglia……ma il problema non si pone, perché ho trovato la soluzione ” continuò.
“Quale soluzione? Di che parla?” Cris era ormai in preda al panico e vittima di un dolore atroce.
“Giorni fa mi sono accorta di essere seguita, osservata e spiata. Ho avuto molta paura. Ho anche chiamato la polizia, ma mi è stato detto che senza minacce dirette e prove certe non avrebbero potuto fare nulla per me. Capisce? Prima lei avrebbe dovuto aggredirmi e poi avrei potuto denunciarla. Se le sembra normale?” proseguì la donna.
“Così ho deciso di collaborare con il suo piano, ho rispettato il mio ruolo con molta precisione, mentre lei recitava ignaro il suo nel mio piano”
La porta dell’ingresso si spalancò di colpo.
“Prego, prego entri pure agente. Sono due giorni che non vedo la signora Blake e sa com’è mi sono preoccupato. E’ una persona tanto metodica. Tanto gentile. Poi stamattina ho trovato un biglietto sotto la mia porta in cui c’era scritto “La prego mi aiuti.” firmato da lei stessa e allora mi sono deciso” blaterava l’uomo che aveva aperto la porta.
“Senta ma se lei è l’amministratore ed ha le chiavi di tutti gli appartamenti perché non è venuto prima a controllare?”Chiese l’agente.
“No per carità, ho preferito chiamare voi. Sa com’è ad ognuno il proprio mestiere” dichiarò soddisfatto ed orgoglioso l’ometto.
“Forza Ramirez, tu guarda di là io vado in camera da letto.”
Cris cominciava ad intuire il piano della signora Blake, ma ormai era troppo tardi per scappare, troppo tardi per ogni possibile soluzione.
“Mani in alto!” urlò l’agente mentre osservava il cadavere della donna sul letto e l’uomo in evidente stato confusionale.
“Forza, Ramirez vieni qui e ammanetta questo stronzo!” urlò l’agente.
“T’abbiamo beccato bastardo! E adesso la galera non te la toglie nessuno assassino!” urlò Ramirez nelle orecchie di Cristopher che non aveva la forza di opporre resistenza.
Eh sì, pensò, aveva recitato fino in fondo la sua parte nel piano della donna, che ora scorgeva sul pianerottolo sorridente e soddisfatta per aver salvato il buon nome della famiglia.