LA LINEA SOTTILE

RACCONTI E VICENDE REALI....SULLA LINEA DI CONFINE

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Utente: darksylvia
Il riflesso di molte persone che ho incontrato ed il ricordo di tante altre che mi hanno conosciuto........

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martedì, 25 luglio 2006

RINGRAZIO TUTTI VOI PER COTANTO AFFETTO E SIFFATTA ATTENZIONE A CODESTO BLOG......MA TEMPORANEAMENTE E' IN PAUSA...................D'ALTRA PARTE SI SCRIVE SOLO SE NE VALE LA PENA (PENNA)................ALTRIMENTI.........A PRESTO!

La mente instabile di:darksylvia ha scaraventato questo delirio alle ore 10:58 | link | commenti (8)
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mercoledì, 05 luglio 2006

Troppo tardi

Era tutto pronto. Sì era decisamente tutto pronto. Ci aveva pensato per giorni ed era più che mai deciso ad andare fino in fondo.

La sua vita non poteva procedere in questo modo, qualcosa doveva cambiare e avrebbe provveduto lui stesso ad innescare il meccanismo che pareva non volesse avere inizio autonomamente.

Si accorse che stava sudando, le mani tremavano per l'ansia.

"Niente ripensamenti ora Jack!" disse a se stesso con tono perentorio, poi raccolse la pistola e la infilò nella tasca della giacca.

Era luglio e faceva decisamente troppo caldo perchè potesse passare inosservato indossando una giacca, ma l'avrebbe portata piegata su di un avambraccio e forse nessuno lo avrebbe notato più del necessario.

Mentre camminava lungo il viale si guardò intorno, osservando le macchine sfrecciare, i passanti intrecciare i propri percorsi come tante minuscole formiche intente a realizzare un'opera composta da minuziosi movimenti e complicatissimi incastri.

Ecco cos'era la vita in conclusione, tutta una serie di incastri. La sua in particolare era sempre stata un insieme di incastri mancati, appuntamenti saltati e movimenti lenti decisamente fuori tempo.

"E già la vita ha i propri ritmi e se non sei in grado di tenere il tempo è un vero casino" pensò.

Quel giorno doveva servire proprio a ristabilire l'ordine, sollevare la consunta puntina dal vinile per un attimo per poter riprendere il tempo giusto ed innescare il meccanismo secondo il quale tutti i pezzi del mosaico si sarebbero miracolosamente incastrati a dovere e con relativa facilità.

Si avvicinò al bar nella piazza, osservando le persone sedute al tavolino,  tazze vuote,  bicchieri vuoti, discorsi vuoti. Era una giornata come tante, per gli altri, ma non per lui.

Un bambino gli si avvicinò rincorrendo una palla colorata. La raccolse e si collocò proprio di fronte a lui come per osservarlo con quell'innocenza quasi sfrontata tipicamente infantile.

"Vattene" pensò. "Forza sparisci non è il posto per te questo, soprattutto non oggi" continuò a pensare come a voler comunicare telepaticamente.

Il bambino parve recepire il messaggio e si allontanò velocemente correndo e saltellando sulle sue gambette piccole ed instabili.

In quel momento la sua mente fu letteralmente aggredita dai ricordi. Le immagini cominciarono a scorrere veloci ed inarrestabili.

D'un tratto vide suo figlio Timmy correre sul prato del parco davanti casa. Aveva 4 anni e saltellava, inciampava e si rialzava come fosse una palla di gomma immune da ogni conseguenza.

Ogni tanto si voltava "Papà corri, vieni anche tu! Facciamo la gara" urlava con la sua vocina dal tono acuto.

"Si Timmy adesso arrivo e ti faccio vedere io come si corre, preparati!" ribatteva Jack simulando un vero e proprio atteggiamento di sfida nei confronti del figlio.

L'avrebbe lasciato vincere anche solo per poter ammirare quel sorriso abbagliante sul suo piccolo viso.

"Giochiamo a palla papà!" esclamava Timmy come sempre. Quanto gli piaceva lanciare la palla e rincorrerla.

Anche quel giorno, come tanti precedenti,attraversò la strada principale tenendo lo sguardo fisso sulla palla che rotolava come fosse posseduta da qualche strana entità demoniaca.

"Fermati timmy! Fermati!" Urlò Jack da lontano.

Troppo tardi. Rumore di penumatici che inchiodano sull'asfalto. Troppo tardi. Jack corse fino al figlio che giaceva per terra immobile. L'odore di gomma bruciata penetrava le narici con un invadenza incontrollabile.

Troppo tardi. Ormai era troppo tardi. Si era svolto tutto in pochi istanti e nonostante ciò era già troppo tardi.

Jack infilò la mano nella tasca della giacca, pronto ad estrarre la pistola, poi notò il bimbo rincorrere la palla poco distante, una bustina di zucchero di canna aperta, dalla quale fuoriuscivano alcuni granelli dorati.

Discorsi, parole, sguardi e gesti che accompagnavano discorsi, parole, sguardi. 

Sedette ad un tavolino posando la giacca sulla sedia accanto alla sua.Gocce di sudore cominciarono a percorrere il suo corpo seguendo direzioni invisibili. La tensione si sciolse in un istante.

"Desidera?"  chiese un cameriere estremamente gentile e sorridente.

"Un caffè grazie"


La mente instabile di:darksylvia ha scaraventato questo delirio alle ore 08:35 | link | commenti (6)
categorie: racconti
sabato, 10 giugno 2006

il buon nome

Cristopher stava seduto in macchina, come sempre quando doveva prepararsi per un lavoro importante.
Dal finestrino aveva un’ottima visuale della porta del palazzo di fronte.
 
Si era attrezzato per restare nella sua vettura qualche ora, quindi aveva portato con sé qualcosa da mangiare e un po’ di caffè per tenersi sveglio.
 
Non era la prima volta che si recava lì. Non era nemmeno la seconda a dirla tutta. Erano giorni che puntualmente si recava in quella strada, parcheggiava dal lato opposto al palazzo e attendeva.
 
Poteva sembrare strano, ma la parte più importante del suo lavoro si svolgeva in macchina.
Gettò la sigaretta ancora accesa dal finestrino e la osservò rimbalzare sul cemento fino a fermarsi vicino ad una panchina poco distante.
 
Era stanco, in effetti, starsene seduto in macchina, per quanta poca energia richiedesse, era stancante alla lunga.
Un mal di schiena davvero aggressivo lo stava tormentando da un po’, ma disse a se stesso che doveva resistere.
Non poteva di certo gettare giorni di lavoro per un malessere. Frugò nel taschino della camicia e trovò il flacone.
Sconsolato realizzò che era rimasta solo una pillola e senza indugiare oltre la prese tra le dita, immaginando che saltasse fuori dal finestrino come la sigaretta e rimbalzasse anch’essa con suo sommo dispiacere.
Ma la pillola invece si rese utile e sparì nella sua gola. La ingoiò pensando che di lì a poco il dolore sarebbe diventato solo un vago e lontano ricordo.
Era l’ultimo giorno prima della fase finale. Guardò l’orologio, erano le  otto di mattina. Mancava poco.
 
“Eccola lì puntuale come un orologio svizzero!” pensò, osservando la donna uscire dalla porta principale per recarsi come tutte le mattine dal panettiere.
“Ok brava, come sei precisa e metodica, adesso scommetto che svolterai l’angolo, andrai a salutare l’edicolante e comprerai un giornale”
 
La donna pareva eseguire gli ordini impartiti da Cristopher, tanto rispettava i movimenti ed i tempi da lui previsti.
In realtà non era così. L’aveva osservata per tutta la settimana ed era l’unica ragione di tanta precisione nelle sue previsioni.
 
Guardò ancora l’orologio, erano le otto e cinque. A questo punto, secondo la prassi, la donna sarebbe andata dal tabaccaio a comprare le sigarette, poi al supermercato e non sarebbe rientrata che dopo un’ora circa.
 
La scorse mentre saliva in macchina ed usciva dal parcheggio. In effetti, anche se non rientrava nell’ambito del suo lavoro, non riusciva ad astenersi dal valutare le persone che osservava meticolosamente per giorni.
 
La donna era carina, non molto alta, piuttosto magra e sempre in abiti decisamente eleganti. Nulla mai veniva lasciato al caso. Capelli e trucco sempre in perfetto ordine. Non era il suo tipo, ma tutto sommato non gli dispiaceva.
Ciò che maggiormente apprezzava era il suo sorriso, aveva un che di disarmante. Un giorno le si era fermata a pochi metri e lui aveva potuto osservare attentamente i suoi lineamenti.
 “Davvero una donna interessante!” aveva concluso.
 
Improvvisamente si rese conto che stava perdendo tempo. Un’ora può passare in fretta, soprattutto quando “hai fretta” e lui ne aveva molta davvero.
 
Scese dalla macchina e attraversò la strada quasi correndo, per poco non si fece investire da un auto, il cui conducente non perse l’occasione per coprirlo con una serie di insulti.
 
Era troppo concentrato persino per rispondere all’uomo che tutto sommato non aveva neanche torto.
 
Entrò, salì le scale fino al secondo piano, poi si guardò intorno per accertarsi che non vi fosse nessuno ed estrasse la chiave che si era procurato il giorno prima seguendo la donna al supermercato.
Nella confusione lei non si era accorta che una mano esperta le aveva sfilato dalla borsa l’intero mazzo di chiavi.
Cristopher ci aveva impiegato pochi minuti per recarsi nel negozietto, sito all’interno del supermercato stesso, dove aveva fatto fare la copia velocemente.
Subito dopo, utilizzando l’inflazionata tecnica dello scontro casuale aveva lasciato cadere nuovamente il mazzo di chiavi nella borsa di lei, ignara di tutto.
 
Adesso era nell’appartamento e non restava che cercare soldi e gioielli, prima nei luoghi più tipici e poi eventualmente in ogni anfratto che potesse custodire materiale di valore.
 
L’aveva osservata bene, era una persona sicuramente piuttosto ricca. I gioielli che indossava e lo stile di vita che conduceva, oltre agli abiti e alla macchina decisamente costosi, denunciavano una certa agiatezza, di cui aveva deciso di appropriarsi.
 
Diede un’occhiata in giro, aggirandosi nel soggiorno quando improvvisamente sentì una presenza alle sua spalle. Si voltò di scatto, non c’era nessuno. “Dannata suggestione!Mi devo muovere, cazzo!” pensò e continuò ad esplorare.
 
Di nuovo quella sensazione. La ignorò, ma la sua testa si voltò ugualmente per rimanere immobile quando si trovò di fronte la donna.
In pochi secondi pensò che non era possibile, che non era potuta entrare senza fare il minimo rumore.
Quando finalmente decise di aprire bocca la donna era scomparsa. Il soggiorno era vuoto e sul volto di lui era rimasta un’espressione di sgomento oltre alla bocca spalancata inutilmente.
 
“Cristo! Ho le allucinazioni. Saranno le pillole per il mal di schiena. Devo smettere e decidermi ad andare da un dottore vero”.
 
Esaminò il soggiorno ma non trovò nulla di particolare valore. Allora entrò nella stanza attigua, che si rivelò essere la cucina. Decise di non soffermarsi in quella camera, sicuramente in cucina non poteva esserci niente di interessante.
Mentre stava per uscire ebbe di nuovo quella strana sensazione, alzò lo sguardo pur non volendo farlo e lei era lì, vicino alla finestra.
 
Questa volta non sprecò tempo e parlò subito, inventando una scusa plausibile che spiegasse la sua presenza in quella casa.
“Signora scusi, sono il tecnico del gas, mi ha aperto l’amministratore pensando che lei fosse uscita. Devo solo…..”
La donna era nuovamente sparita. “Cristo! Ma che cazzo succede?”
 
Consistenti gocce di sudore gli imperlarono la fronte. Cominciò a sentire un senso di nausea salirgli alla bocca dello stomaco. E la testa, già la testa aveva preso a girare come quando da piccolo saliva sulle giostre pericolose.
Quelle che lui e i suoi amichetti definivano “giostre da grandi”. La sfida consisteva nell’imbrogliare il gestore, riuscendo a salire nonostante l’età e soprattutto resistere alla corsa e scendere senza vomitare subito dopo.
 
“Sto perdendo tempo! Non posso stare male proprio adesso. Sicuramente quello che cerco è in camera da letto, forza Cris, ce l’hai sempre fatta, non fare il coglione proprio oggi” suggerì a se stesso.
 
Riattraversò il soggiorno guardandosi intorno come un ladro, in fondo era quello che era ormai da anni.
 
Si diresse in camera da letto e per poco non ebbe un attacco cardiaco quando vide, stesa sul letto, con gli occhi spalancati, la donna, immobile.
 
La osservò, dapprima, mantenendo una certa distanza. Poi si avvicinò. “Signora, signora mi sente?….riesce a sentirmi?” nessuna risposta.
Avvicinò l’orecchio al petto della donna e non percepì nulla. Poi le prese il polso, ma ancora nulla.
 
Era morta, non c’erano dubbi era proprio morta!
 
“Cristo santo! Ma come cazzo è possibile? L’ho vista uscire, e poi prima l’ho vista in soggiorno, in cucina………..mio dio!”
Il senso di nausea accompagnato da un giramento di testa si ripresentarono all’appello come diligenti scolari.
 
Osservò il cadavere, chissà da quanto era morta? Non da molto a giudicare dall’aspetto. Ma come era successo?
Pareva non presentare segni di violenza oppure di lotta. Non c’erano ferite apparenti, non c’era sangue.
Era semplicemente morta, magari nel sonno. Lo sguardo cadde sul comodino. Un flacone ormai vuoto sostava in bella vista. Lesse l’etichetta per scoprire che si trattava di barbiturici molto potenti.
 
Allora forse si era suicidata, ma perché?
Mentre rifletteva e cercava risposte che nessuno avrebbe mai potuto offrirgli se non il cadavere stesso, spostò lo sguardo sulla sveglia digitale accanto al flacone.
 
Erano le 9 circa. A quell’ora sarebbe dovuta rientrare la donna che aveva visto uscire, ma siccome si trovava immobile sul letto era ovvio che lui non aveva più tutta questa fretta di andarsene.
 
La porta dell’ingresso produsse un forte rumore. Cris si chiese chi poteva essere, chi altro avesse le chiavi dell’appartamento. Si avvicinò allo stipite della porta della camera da letto cercando di spiare senza essere notato.
Rischiò il secondo, oppure terzo, attacco di cuore della giornata, ormai non si contavano più.
 
Era lei, con le borse del supermercato ed il sacchetto del pane in mano. La osservò sgomento, mentre posava le chiavi della macchina sul tavolo del soggiorno e riponeva nei vari scaffali il contenuto della spesa.
 
“Una gemella!”pensò “E’ l’unica spiegazione possibile………adesso che faccio? Se va in bagno me ne approfitto per svignarmela e uscire da questa situazione assurda.”
 
La donna, invece, si diresse tranquillamente verso la camera da letto. Lo vide e non parve affatto sorpresa di trovarlo lì.
 
“Signora, salve…………ehm…ecco io sono il tecnico del gas, mi ha aperto l’amministratore……..credo che non dovrebbe entrare…..forse non sa che sua sorella…..insomma…..credo sia morta” Balbettò l’uomo saltellando da un piede all’altro e intrecciando nervosamente le dita.
 
“Non è mia sorella!” dichiarò la donna con voce atona, entrando in camera completamente a proprio agio e per nulla imbarazzata dalla presenza del cadavere.
 
“Ma allora, scusi, chi è la donna morta sul letto?” chiese confuso Cris.
 
“Sono io! Chi vuole che sia! Non vede che sono io?” Il tono adesso era piuttosto seccato.
 
Cris si accasciò sul bordo del letto, si sentiva decisamente male e non riusciva a parlare nonostante miliardi di domande gli affollassero la mente.
 
“Ma perché si è uccisa? Io non capisco!” blaterò Cris mentre continuava a sudare copiosamente.
 
“Perché ero stanca, di questo mondo, di questa vita, che non aveva più senso senza mio marito. Mi ha lasciata 6 mesi fa e da allora ho cominciato a bere e non mi sono più ripresa. So che è una vergogna commettere un suicidio, so che è peccato, che nessuno dei miei parenti me lo perdonerebbe mai, che sarebbe un imperdonabile disonore per il buon nome della famiglia……ma il problema non si pone, perché ho trovato la soluzione ” continuò.
 
“Quale soluzione? Di che parla?” Cris era ormai in preda al panico e vittima di un dolore atroce.
 
“Giorni fa mi sono accorta di essere seguita, osservata e spiata. Ho avuto molta paura. Ho anche chiamato la polizia, ma mi è stato detto che senza minacce dirette e prove certe non avrebbero potuto fare nulla per me. Capisce? Prima lei avrebbe dovuto aggredirmi e poi avrei potuto denunciarla. Se le sembra normale?” proseguì la donna.
 
“Così ho deciso di collaborare con il suo piano, ho rispettato il mio ruolo con molta precisione, mentre lei recitava ignaro il suo nel mio piano”
 
La porta dell’ingresso si spalancò di colpo.
“Prego, prego entri pure agente. Sono due giorni che non vedo la signora Blake e sa com’è mi sono preoccupato. E’ una persona tanto metodica. Tanto gentile. Poi stamattina ho trovato un biglietto sotto la mia porta in cui c’era scritto “La prego mi aiuti.” firmato da lei stessa e allora mi sono deciso” blaterava l’uomo che aveva aperto la porta.
 
“Senta ma se lei è l’amministratore ed ha le chiavi di tutti gli appartamenti perché non è venuto prima a controllare?”Chiese l’agente.
“No per carità, ho preferito chiamare voi. Sa com’è ad ognuno il proprio mestiere” dichiarò soddisfatto ed orgoglioso l’ometto.
 
“Forza Ramirez, tu guarda di là io vado in camera da letto.”
 
Cris cominciava ad intuire il piano della signora Blake, ma ormai era troppo tardi per scappare, troppo tardi per ogni possibile soluzione.
 
“Mani in alto!” urlò l’agente mentre osservava il cadavere della donna sul letto e l’uomo in evidente stato confusionale.
 “Forza, Ramirez vieni qui e ammanetta questo stronzo!” urlò l’agente.
 
“T’abbiamo beccato bastardo! E adesso la galera non te la toglie nessuno assassino!” urlò Ramirez nelle orecchie di Cristopher che non aveva la forza di opporre resistenza.
 
Eh sì, pensò, aveva recitato fino in fondo la sua parte nel piano della donna, che ora scorgeva sul pianerottolo sorridente e soddisfatta per aver salvato il buon nome della famiglia.
 

La mente instabile di:darksylvia ha scaraventato questo delirio alle ore 12:42 | link | commenti (8)
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giovedì, 01 giugno 2006

Occhi guardano

Game__of_GirlUn prato verde, una lieve brezza soffia facendo ondeggiare l’erba come in una danza in cui tutte le ballerine coordinate tra loro effettuano sequenze di passi provati innumerevoli volte.
 
Qualche fiore fa capolino a lato di una panchina sverniciata, abbandonata a se stessa in un angolo.
Grandi alberi si stagliano a comporre un lungo viale.
 
Gli occhi guardano, la mente ricorda ed il cuore sente, mentre la donna soffre.
 
Una stanza, un letto, una sedia ciò che la circonda, mentre lei si guarda intorno confusa, spaventata sentendosi del tutto estranea a se stessa.
 
Un volto, quello di Paolo, il marito. Il suo sorriso smagliante la prima volta che si sono incontrati e lui le ha chiesto di poterla vedere ancora.
 
I mille battiti del suo cuore ogni qualvolta si sono baciati ed amati perdutamente, come in una sorta di incantesimo miracoloso.
Poi una casa, la loro casa. L’hanno scelta insieme, pensandoci parecchio prima di decidere di sobbarcarsi le rate troppo alte di un mutuo che li avrebbe accompagnati per molti anni.
 
La tappezzeria ordinata dopo un’accurata selezione tra molteplici cataloghi. Il trasloco, la sistemazione dei mobili, così come infinite lunghe giornate trascorse faticosamente a pulire, spostare, provare, riprovare. “No il divano lì non mi piace, spostalo ancora!”. “Ok amore, ma questa è davvero l’ultima volta”.
 
Il letto, le lenzuola, rigorosamente colorate, poi tutte le emozioni che sono nate, cresciute, sfumate per poi rinascere ogni notte per anni.
 
La tappezzeria, questa volta, per la stanza destinata ad un figlio che hanno desiderato fortemente. Sta per arrivare, la vita sta per cambiare, “saremo una famiglia, una stupenda famiglia noi tre insieme”.
 
Sangue, sangue ovunque sul pavimento. Il tappeto macchiato, rovinato irrimediabilmente.
 
Il tappeto acquistato durante una delle più memorabili vacanze trascorse insieme.
 
Simone corre, corre nel prato antistante alla casa. Il pagamento del mutuo procede, con qualche sacrificio, tutto avanza. Tra pochi anni potranno concedersi un po’ di respiro, magari una nuova straordinaria vacanza in quel luogo che piaceva tanto a Paolo. “Come si chiama? Non ricordo, com’è possibile che non riesca a ricordare?”.
 
Sangue, sangue ovunque sulle pareti. E’ mezzogiorno, Simone è appena tornato da scuola. Adora i suoi compagni, studiare, giocare a pallone con Paolo.
 
Entra in casa entusiasta per la partita di calcio giocata a scuola. La sua squadra ha vinto, per la prima volta. Adesso nessuno potrà più chiamarli “matricolette da quattro soldi”.
 
“Signora, mi sente, signora?”
Gli occhi guardano, la mente ricorda ed il cuore sente, mentre la donna non ascolta che se stessa.
 
“Oddio, è la solita storia Barbara, provaci tu, con me non parla”
 
L’ago viene inserito con delicatezza nella vena, lei non oppone resistenza.
Il liquido comincia a scorrere mentre i sensi si placano. Ricordi, immagini, Paolo, Simone, fango sulle scarpe da calcio, fango sul tappeto, sangue tanto sangue.
 
Il vuoto, il buio totale, poi le immagini continuano a rincorrersi come in una giostra sganciata per errore che precipita senza controllo.
 “Simone togliti le scarpe prima di entrare! Accidenti ma quante volte te lo devo ripetere?”
“Mamma dai ho fretta, devo cambiarmi di corsa, mi stanno aspettando. Tanto il tappeto si pulisce no?”
 
“Certo ma chi lo pulisce? Sempre io, solo io. Sono stanca di star dietro a tutto e a tutti, sono stanca, mai nessuno che mi dia una mano!”
 
L’arrosto, l’arrosto nel forno, a che ora l’ho acceso? Starà bruciando, di certo.
 
Paolo, il suo volto indagatore, l’espressione di chi è orgogliosamente consapevole di compiere un gesto inatteso e molto gradito, mentre le porge un mazzo di fiori.
“Pensavi che mi sarei dimenticato del nostro anniversario?”
 
L’anniversario, oggi, proprio oggi. Oddio me ne sono scordata, completamente presa dalle faccende di casa, il lavoro e poi Simone, quanto è difficile stargli dietro.
 
“No amore ero certa che te ne saresti ricordato. Grazie, sono bellissimi, vado a cercare un vaso. La cena è pronta. Siamo solo io e te, Simone è uscito”
 
Sangue, sangue ovunque sulla lama del coltello affilato. Una ferita in pieno petto, quello di Paolo. Un vero e proprio squarcio. Una taglio preciso e molto profondo alla gola di Simone.
 
Mio Dio, cosa è successo? Non ricordo, come può essere che non ricordi nulla di un evento così tragicamente importante?
 
“Che dici Barbara sembra calma. L’effetto del sedativo sta svanendo. Io direi che non è il caso di somministrargliene altro”
 
“Come ti pare, tanto questa non reagisce. Sembra un monumento di cemento armato. Dai andiamo a finire il giro che ho fretta, ho gente a cena!”
 
I sensi riaffiorano lentamente. Le immagini si succedono rapide. Urla strazianti, un tonfo, rumori di mobili che vengono pesantemente urtati.
 
“Simone scappa! Scappa, esci fai presto!”
“Ma papà che succede?” “Vattene, va….via……ti …..prrregoooo”
 
Lama affilata, sulla gola, sangue. Il tappeto macchiato. Appena ripulito dal fango.
 
Il suono di una sirena. L’uomo in divisa entra accompagnato da un infermiere.
“E’ tardi! Sono andati tutti e due”
 
“Signora che è successo?” silenzio.
“Venga con noi in ospedale” ancora silenzio.
Forti mani sulle sue braccia, lotta, unghie che si spezzano, denti che mordono la carne in profondità.
Non sono io! Non sono io questa! Si dimena, scalcia, morde, graffia, sputa. Un bianco e resistente tessuto l’avvolge in meno di un secondo. Braccia incrociate, serrate, forzatamente immobilizzate.
 
“Tenetela ferma, presto!” “La sto tenendo, sbrigati che ‘sta stronza mi ha bucato un braccio con i denti”
L’ago entra nella vena con fatica, per la resistenza opposta. I sensi sfumano lentamente.
 
Non sono io! Non sono io questa! Mentre l’ambulanza corre a sirene spiegate.
 
L’effetto del sedativo è svanito. La stanza, il letto, la sedia, tutto è al proprio posto.Come da anni. Come da allora.
Un prato verde, una lieve brezza soffia facendo ondeggiare l’erba.
Gli occhi guardano, la mente ricorda ed il cuore sente, mentre la donna soffre.

La mente instabile di:darksylvia ha scaraventato questo delirio alle ore 21:42 | link | commenti (11)
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lunedì, 29 maggio 2006

Meglio di niente

pastaNella stanza regna il caos. Il letto è disfatto, alcuni libri aperti giacciono sul pavimento, la lampada sul comodino pare reggersi miracolosamente, come appesa ad un filo sottile.
Potrebbe cadere da un momento all’altro, chissà.
Una serie di vestiti stropicciati copre le piastrelle dando origine ad un originale e bizzarro tappeto.
 
Beatrice sta immobile di fronte allo specchio rotondo che l’ha vista numerose volte sorridente ed allegra nel compiere gli impacciati gesti necessari a truccarsi.
 
Ha solo 15 anni Beatrice, non è pratica di trucco, non è pratica di molte cose in realtà, ma è decisamente troppo esperta, suo malgrado, in merito ad altre faccende.
 
Osserva sé stessa dapprima mantenendo una certa distanza, con la necessaria apparente indifferenza di chi non vuole vedere per l’ennesima volta il risultato di una condanna eterna.
 
Ora si avvicina per esaminarsi il viso minuziosamente. L’inventario del giorno propone un enorme e violaceo livido sullo zigomo destro, un ulteriore livido giallastro sul mento ed una piccola ferita sul labbro superiore.
 
“Sta sanguinando!” pensa e con gesti automatici, tipici di chi ha già vissuto tale situazione più volte, apre l’armadietto delle medicine per cercare il disinfettante.
 
Nella stanza accanto la madre giace esausta sul letto, dopo aver lottato inutilmente con il convivente per difendere sé stessa e la figlia.
 
E’ sempre la stessa storia da quando Beatrice aveva 7 anni. Da quando a sua madre è venuta la brillante idea di rifarsi una vita perché sua figlia potesse avere nuovamente un padre.
 
“Bel padre!” pensa la ragazzina.
“Ok ora metto un cerotto e tra qualche giorno tornerò come nuova. Come sempre. Come per sempre.” Calde lacrime le rigano il viso, ma sono lacrime che non può concedersi. Bruciano sulle escoriazioni ancora fresche.
 
Torna in camera sua, questa volta è decisa e non si fermerà. Si sdraia sul pavimento faticosamente. Sicuramente altri lividi la affliggono su tutto il corpo ma controllerà dopo, adesso non ha tempo.
 
Infila un braccio sotto al letto e lo allunga il più possibile. “Ma dove cavolo è finito?”
Si sporge ancora un po’ ed ecco finalmente comparire una scatola tra le dita.
 
Fruga velocemente all’interno, prende il veleno per topi rubato mesi prima in garage e si avvia verso la cucina.
Il patrigno è andato al bar come sempre, sicuramente non tornerà prima dell’ora di cena e sicuramente quando rientrerà sarà, per quanto possibile, più ubriaco di prima.
 
“Ma che importa!” pensa Beatrice “Sarò gentile più di quanto lo sia mai stata, sarò schifosamente gentile purchè mangi la pasta con il sugo speciale che sto preparando con tanto amore”.
Una smorfia di totale disgusto adesso le si dipinge sul volto.
 
“Ecco fatto!” esclama ad alta voce Beatrice mentre ultima il suo capolavoro continuando a mescolare la poltiglia nella padella con il cucchiaio di legno.
 
D’un tratto la porta all’ingresso sbatte rumorosamente. Beatrice sobbalza, si è lievemente assopita sul divano in salotto.
 
Senza farsi notare, nascosta dal sofà,  osserva il patrigno entrare e dirigersi al piano di sopra.
 
“Porca miseria!” pensa la ragazzina. “Sicuramente sta andando dalla mamma a chiederle scusa, mostrando tutto il suo falso dispiacere, schifoso ipocrita!”
 
“Speriamo che abbia fame e scenda a mangiare”. Trascorrono circa dieci minuti, durante i quali non accade nulla.
 
Nessuno scende. Nessuno parla. Beatrice intreccia le dita nervosamente, mentre il suo stomaco comincia a contorcersi per la tensione.
 
“Basta! Ora vado di sopra ad annunciare che la cena è pronta.” Dice a se stessa con una convinzione mai provata prima.
 
Bussa alla porta socchiusa. Attende qualche secondo, poi bussa nuovamente.
 
“Entra tesoro, vieni pure” esclama la madre con un filo di voce tremula. Sta cercando di darsi un contegno, attingendo a quella poca dignità rimastale dopo innumerevoli soprusi e abusi.
 
“Volevo solo dirvi che la cena è pronta” dichiara cercando di manifestare quanta più gentilezza e remissività le riesce.
 
Il patrigno la osserva da un angolo della stanza. La sua è la tipica espressione di chi sa di averla fatta franca per l’ennesima volta.
 
“Grazie bambolina! Perché non ce la servi qui in camera?  Io e tua madre vogliamo starcene un po’ tranquilli” un lieve ghigno compare sul volto dell’uomo, visibilmente alterato dall’alcool.
 
“Arrivo subito!”Beatrice scende di corsa le scale, prende il piatto con la pasta per il patrigno ed il piatto con la bistecca per la madre, che non ama la pasta e non la mangia praticamente mai.
 
“Eccomi! Questo è per te mamma e questo e per te. Spero sia tutto buono. Ho fatto del mio meglio”
“Sarà meglio non esagerare con la gentilezza non vorrei mai insospettirlo” pensa Beatrice.
 
Si volta per andarsene decisa ad attendere in salotto il grande momento, ma improvvisamente si sente chiamare.
“Vieni qui bambolina, facci un po’di compagnia. Siamo una bella famiglia in fondo non credi?”
chiede il patrigno con un tono inquietante.
 
“Cceerto!” balbetta la ragazza.”Siamo una bella famiglia”concorda.
 
“Amore che ne dici se per una volta facciamo cambio? Non ho voglia di mangiare la pasta stasera, mangiala tu” esclama l’uomo tenendo lo sguardo fisso su Beatrice che comincia a sudare freddo.
 
“Caro lo sai che non mi piace la pasta” obietta la donna poco convinta.
“Su dai abbiamo appena fatto la pace non vorrai farmi innervosire di nuovo. Ti amo, lo sai, fallo per me” l’uomo non distoglie mai lo sguardo dagli occhi della ragazzina.
 
“Mamma, non importa, se vuoi preparo un’altra bistecca. Lascia stare la pasta se non ti va!” propone Beatrice.
“Ma no piccola, ti sei già data fin troppo da fare. Per una volta posso anche fare un’eccezione!” affabilmente ribatte la donna, troppo provata e spaventata per sollevare ulteriori discussioni.
 
“Mamma davvero non mi costa nulla, lo faccio volentieri” supplica la ragazza contorcendo le dita e sentendo i sensi lentamente abbandonarla.
 
“Oh insomma ora basta!” afferma il patrigno spazientito “Mangia la pasta che tra un po’ diventa fredda e facciamola finita!”
 
Il tono non ammette repliche. La donna già così spaventata dal cambio di umore del marito non perde altro tempo ed ingoia il primo boccone di pasta.
Deglutisce, ingoia il successivo e così via.
 
Beatrice non vede la madre morire perché al secondo boccone sviene sul pavimento.
 
“Finalmente ti sei ripresa” afferma candidamente il patrigno accarezzandole i capelli.
Beatrice è stesa sul divano adesso e prega il signore che si sia trattato solo di un brutto incubo.
 
“Credevi di liberarti di me non è vero? Peccato ti è andata male. A me invece è andata molto meglio sai?” l’uomo sogghigna.
 
“In due eravate troppe da gestire. Picchiare tua madre ultimamente non mi dava più alcuna soddisfazione, non reagiva, non combatteva. Troppo sottomessa, troppo arrendevole. Tu invece, sei diversa. Grazie al tuo goffo tentativo di sopprimermi ora potrò concentrarmi su di te!”
 
“D’ora in poi saremo solo io e te bambolina!”
 
Beatrice si alza di scatto "devo andare in bagno" dice, mentre corre di sopra sperando che sia avanzata un po’ della pasta assassina.
 
Solo qualche boccone. “Meglio di niente.”pensa “Speriamo che basti e che agisca in fretta”
 
Ingoia la pasta voracemente e velocemente, accompagnandola con calde lacrime miste ad un rivolo del sangue che ancora le cola dal labbro ferito.
 
“Meglio di niente. Meglio di qualsiasi cosa. Meglio così”
 

La mente instabile di:darksylvia ha scaraventato questo delirio alle ore 15:08 | link | commenti (7)
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martedì, 23 maggio 2006

L'ospite

Heineken00Victor si lasciò cadere sul divano. Era stanco, molto stanco da ormai parecchio tempo.
 
Si era ripromesso più volte nell’ultima settimana di passare dal dottore ma, per svariate ragioni, ovvero scuse abilmente travestite, non aveva trovato il tempo.
 
Adesso giaceva mollemente sul soffice sofà con una bottiglia di birra in mano che di tanto in tanto portava alla fronte, madida di sudore, nel vano tentativo di trarne sollievo.
 
Il suo malessere  peggiorava di ora in ora. Al mal di testa mattutino si erano aggiunti, nel corso della giornata,  brividi ed un'intensa sensazione di nausea.
 
Improvvisamente un attacco di tosse lo investì con inaudita violenza finché un conato inaspettato lo indusse senza replica a vomitare sul tappeto del soggiorno.
 
“Cristo santo!” pensò “Helen mi ucciderà quando vedrà che cazzo di casino ho combinato!”
 
Si alzò lentamente trascinando le sue gambe stanche verso la cucina con l’intento di cercare qualsiasi cosa fosse in grado di ripulire alla meglio il tappeto, prima che la moglie rientrasse dal lavoro.
 
In quel mentre scorse qualcosa tra gli avanzi del pranzo di qualche ora prima appena vomitati.
 
Non riusciva a credere ai propri occhi mentre osservava schifato il “qualcosa” che si muoveva assumendo a poco a poco una forma apparentemente umana.
 
In pochi istanti l’inatteso ospite fece la sua comparsa nel bel mezzo del salotto, voltato di spalle. Si girò immediatamente verso di lui con un ghigno compiaciuto sul volto.
 
“Mio Dio!” pensò Victor, strabuzzando gli occhi “Non può essere! Devo avere le allucinazioni”
 
“No mio caro!” esclamò l’essere “Hai un’ottima vista come me del resto. Abbiamo molto in comune sai? Ma forse l’avevi già intuito. Sei un tipo intelligente!”
 
Victor non riusciva ad emettere alcun suono tanta era la sorpresa. Tentò di muovere le labbra ma non uscì alcunché di sensato.
 
“Ok, ok ti darò qualche spiegazione” affermò l’essere con fare gioviale, muovendosi con disinvoltura nel soggiorno.
 
“Vuoi sapere chi sono? Forse preferisci che io ti spieghi come mai siamo perfettamente identici?”
 
“sssì” biascicò Victor.
 
“Sono te! Anzi, per essere preciso sono una parte di te! Sono i tuoi istinti peggiori, i tuoi pensieri nascosti, le tue aspirazioni ignorate così come tutte le ambizioni mai assecondate” cominciò l’essere con tono pacato.
 
“Sono quello che non voleva andare al college, che non voleva un lavoro sicuro nell’azienda di papà, che non voleva una sdolcinata e squallida mogliettina rompi palle tra i piedi” proseguì visibilmente alterato.
 
“Tu non puoi esistere” dichiarò Victor con poca convinzione. “Sei pazzo!” urlò prendendosi la testa tra le mani.
“E' vero, hai ragione sono pazzo perché tu lo sei! Io e te siamo aspetti differenti e complementari di un’unica persona.”
 
“Cosa vuoi da me? Che cosa sei venuto a fare qui? Te ne devi andare!” gracchiò Victor fuori di sé.
 
“Eh no caro mio! Te lo scordi! Mi hai represso a sufficienza in tutti questi anni. Ho aspettato pazientemente che mostrassi una qualche debolezza per poterne approfittare, per potermi aprire un varco ed uscire allo scoperto!”
L’essere gridava ormai senza ritegno, mentre un’espressione mista tra pura rabbia e profondo rancore deformava il suo volto.
 
“Ora che sono qui le cose cambieranno, ALTROCHE’ SE CAMBIERANNO!”si affrettò ad aggiungere nervosamente.
 
“Spiegati, cosa vuoi dire? Tu non puoi stare qui! Non c’è posto per te nella mia vita!” affermò Victor stizzito, sentendosi decisamente a disagio al pensiero di dialogare con se stesso.
 
“Com’era potuto accadere?” Si chiese l’uomo completamente stravolto. Doveva essere impazzito. Sicuramente il troppo lavoro, le troppe responsabilità e poi non dimentichiamo lo stress.
Accidenti! Dove aveva letto un articolo relativo alle possibili ripercussioni dello stress sulla mente umana?
L’altro giorno, sì l’altro giorno in ufficio l’aveva letto sorridendo, come faceva abitualmente quando era convinto di trovarsi di fronte all’ennesima scemenza medica.
Corse verso il telefono. “Chiamo il dottore”pensò “Sì adesso, subito, ho rimandato anche troppo”
 
“Tu non farai un bel niente mio caro. Io non me ne andrò proprio adesso che è arrivata la mia occasione di vivere” lo minacciò l’altro sé stesso.
 
“Non puoi stare qui! Cosa racconterò a mia moglie quando ti vedrà? Devi andartene, ti prego!” pronunciò l’ultima frase supplicando pietosamente il nuovo arrivato.
 
“E’ vero non possiamo stare qui entrambi. Tu mi opprimeresti come hai sempre fatto ed io non lo accetterei mai!”
“Adesso è il mio turno di vivere la vita che ho sempre desiderato e che per anni mi sono accontentato di spiare attraverso il tuo razionalissimo, misuratissimo e noiosissimo punto di vista”
 
“Che vuoi dire?” chiese Victor.
 
“Che te ne andrai per sempre e mi assicurerò che ciò avvenga immediatamente!” urlò l’essere brandendo un costosissimo vaso di pietra, ricordo di una vacanza di qualche anno prima.
 
Il colpo fu netto e deciso. Victor cadde a terra mentre dal suo cranio cominciò a fuoriuscire copioso e denso un ricco fiotto di sangue.
 
L’altro sé stesso si affrettò a trascinare il cadavere nel ripostiglio. Più tardi lo avrebbe gettato nel fiume più vicino. Adesso doveva pensare.
 
“Ciao amore!” si sentì pronunciare dall’ingresso.
 “Cazzo, cazzo, cazzo!” pensò l’essere “Devo stare calmo e pensare a come sbarazzarmi di lei prima che si renda conto che il suo insignificante maritino è crepato!”
 
“Ciao Helen. Sono qui in cucina. Sto preparando la cena.” esclamò affabilmente il neo assassino.
 
“La cena? Ma se non l’hai mai fatto in…..” le parole le si bloccarono in gola quando sentì la punta della lama di un coltello contro la gola.
 
“Victor sei impazzito? Cosa fai? Lasciami!”
 
“Certo che ti lascio, cara. E per sempre!” Affondò la lama nella gola della donna senza pensarci due volte.
 
“Finalmente sono libero, finalmente sono vivo!” prese velocemente le chiavi della macchina ed uscì all’aria aperta a gustarsi la ritrovata indipendenza.
 
“Ispettore venga qui, in cucina, c’è il corpo di una donna, le hanno tagliato la gola con un coltello”
 
“Mio Dio che spettacolo, ho appena fatto colazione, cazzo!” esclamò l’ispettore seccato.
 
“Avete perquisito la casa? Altre vittime?” chiese seguendo la prassi.
 
“Nessuna ispettore, abbiamo controllato ogni singola camera!”rispose l’agente diligentemente.
 
“Quella porta cos’è?” chiese il superiore indicando il ripostiglio.
 
“Solo un ripostiglio. Abbiamo verificato, ci sono solo scope e stracci, nient’altro”
 

La mente instabile di:darksylvia ha scaraventato questo delirio alle ore 17:03 | link | commenti (17)
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martedì, 16 maggio 2006

Gelido mare

arpaLa donna guardava il mare ed il mare guardava lei. Non vi erano parole ma un silenzio che esprimeva un tacito ed intenso dialogo.
 
“Perché mi guardi?” chiese il mare “ Non c’è nulla che io possa fare per te”
 
“Ti osservo perché ho l’assurda pretesa di sapere che tu mi puoi capire e sentire” rispose lei.
 
“Soffri per amore, come accade a voi umani da secoli. E’ normale se si crede nell’esistenza di questo sentimento” esclamò il mare.
 
“Cosa intendi dire? Che l’amore non esiste? E quindi soffriamo per qualcosa che non c’è?”
 
“L’amore in conclusione non è altro che un’effimera illusione, un insieme di parole dolci e profonde, un’esigenza che si rinnova all’infinito”affermò il mare cinicamente.
 
“Non è affatto vero. Io ho amato, conosco il sentimento e sono certa che sia reale, così come sono certa che l’amore crei legami fortissimi in grado di sopravvivere al passare del tempo, delle epoche e delle nostre vite stesse!” replicò lei indispettita.
 
“Ti illudi e non t’accorgi che così facendo continuerai a soffrire. Pensaci bene, cosa dimostra la reale esistenza dell’amore? Credi davvero di essere stata amata oppure si è trattato semplicemente di tante parole?” chiese il mare subdolamente.
 
La donna si soffermò sull’ultima domanda chiedendosi peraltro cosa ne potesse sapere il mare dell’amore, ma il mare ne aveva consolati di cuori infranti.
 
Molti ne aveva accolti tra le sue gelide e confortanti braccia ed era sempre pronto ad offrire la propria singolare assistenza.
 
“Suvvia, non ti crucciare. E’ così che va da sempre. Gli esseri umani hanno il brutto difetto di parlare molto, troppo e quel che è peggio si convincono reciprocamente di quel che dicono.
L’amore non si dice, mia cara, si dimostra!”
 
“Credo di averne avuta la dimostrazione” disse lei pensosa e alquanto dubbiosa “Ma a questo punto non ne sono più così certa, forse hai ragione tu, nel qual caso il mio dolore non avrebbe più ragione di esistere”
 
“Però sto così male……si può soffrire per semplici parole?”
 
“Posso aiutarti se me lo permetti………….posso rendere molto più gelido quell’ ingenuo cuore che ancora non hai imparato a gestire e che doni sempre alle persone sbagliate!” esclamò il mare quasi sibilando.
 
“Puoi?”chiese lei.
 
“Posso!” confermò attirando la donna verso sé.
Dopo pochi istanti l’acqua cominciò a penetrarle le narici e le orecchie, gelo ed oscurità si impadronirono di quel cuore lacero, finchè ogni sensazione svanì.....anche il dolore svanì.... 
 

La mente instabile di:darksylvia ha scaraventato questo delirio alle ore 16:59 | link | commenti (13)
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martedì, 09 maggio 2006

L'incontro

“Ciao!” Sofia scrisse la prima parola sul monitor.
Le piaceva esordire in maniera semplice. La conversazione si sarebbe sviluppata in seguito e  come sempre sicuramente non sarebbero mancati gli argomenti sui quali confrontarsi.
 
“Ciao dolcissima Sofia!” scrisse Alberto a sua volta, non riuscendo a trattenere l’entusiasmo che lo attraversava trasversalmente.
Erano mesi ormai che lui e Sofia si trovavano tutte le sere di fronte ai rispettivi monitors, a qualsiasi costo.
Il mondo sarebbe potuto esplodere ma nessuno di loro sarebbe mancato all’appuntamento per alcuna ragione possibile e non.
 
Alberto avrebbe voluto chiederle della sua giornata, del suo lavoro, se e quanto avesse pensato a lui durante il giorno, e la notte? Pensava a lui la notte?
 
Lui la sognava immancabilmente ed ogni volta al suono della sveglia apriva gli occhi svogliatamente. Viveva ogni inizio della propria giornata come una sorta di abbandono subito dalla sua dolce ossessione.
Durante il giorno non trascorreva minuto in cui non pensasse a lei, ma sognarla era differente, le sensazioni erano più intense, tutto pareva così reale.
 
Questa sera, però, l’argomento di discussione principale era il loro imminente incontro.
“Sei pronta per domani? A che ora arriva il tuo treno?” chiese lui lasciando trapelare una certa impazienza.
“Si non vedo l’ora. Il treno arriverà verso le 09,10 se non ci saranno ritardi” dichiarò Sofia.
 
Dopo giorni di tentennamenti e dubbi si era finalmente resa conto di desiderare profondamente quell’ incontro.
Anzi allo stato attuale delle cose o meglio dei suoi sentimenti era disposta a tutto pur di incontrare finalmente l’uomo che aveva saputo trasmetterle amore, comprensione, passione attraverso un monitor ogni sera negli ultimi mesi.
Lui per lei c’era sempre stato. Di quanti altri uomini poteva dire la stessa cosa?
 
“Bene allora ci vediamo domani. Io arriverò verso le 09,00 quindi ti aspetterò sul binario. Ti amo!” scrisse lui per concludere la conversazione.
 
Alberto attendeva nervoso sul binario, fumando l’ennesima sigaretta. Aveva deciso che non avrebbe fumato quel giorno ma l’agitazione si era impadronita di lui già la notte precedente.
Non intendeva accogliere Sofia emanando il classico odore di fumo.
Per inciso, poi, sperava ardentemente di baciarla. In ogni caso aveva con sé un pacchetto di caramelle alla menta extra forti nella cui assistenza confidava incondizionatamente.
 
Il treno si fermò. I viaggiatori cominciarono a scendere accalcandosi sul binario, creando diligentemente ordinatissime file.
I loro sguardi si incrociarono. Sì era lei. L’aveva riconosciuta dalle fotografie in suo possesso, ma l’avrebbe riconosciuta comunque dal suo odore, esattamente come lo immaginava, dal suo sguardo, esattamente come lo aveva sognato ogni notte.
 
Sì era lui e l’espressione nei suoi occhi riuscì a commuoverla fino a farla lacrimare.
 
Si abbracciarono per qualche istante oppure qualche minuto. Il tempo pareva essere in sciopero.
 
Dopo essersi salutati si avviarono verso la loro meta, la visita di ogni museo e libreria della città.
Alberto aveva portato con sé uno zaino e si offrì di depositarvi all’interno tutti i libri, opuscoli e quant’altro Sofia avesse acquistato durante la giornata.
 
Il tempo scorreva veloce, come sempre accade quando si vivono momenti speciali.
 
Si erano aspettati di provare un maggior imbarazzo nel vedersi per la prima volta, invece ripresero i loro discorsi esattamente dal punto in cui li avevano interrotti la sera precedente.
 
Si scrutavano vicendevolmente mentre passeggiavano per le strade tenendosi per mano.
 
Sofia percepì molte volte l’intensità dello sguardo di Alberto. Si sentiva molto osservata e altrettanto importante nel rivestire il ruolo di attrazione principale della giornata.
 
L’uomo dovette reprimere un particolare istinto che lo aggrediva costantemente ogni qual volta posasse il suo sguardo su di lei.
 
Seduti su di una panchina in un parco poco frequentato Alberto decise di soddisfare il desiderio che l’aveva tormentato per ore.
 
Quindi si avvicinò, mentre il suo ritmo cardiaco aveva raggiunto il livello di guardia, e la baciò, abbastanza sicuro che Sofia non l’avrebbe respinto.
Lei ricambiò il bacio che divenne immediatamente appassionato al punto che Sofia si sentì mordere sul collo.
Lo scostò dolcemente dicendo “Fermati, siamo su una panchina. Ci potrebbe vedere chiunque”.
 
Con fatica Alberto riordinò emozioni e sensazioni, spostando il suo sguardo sull’erba. Continuare a guardare Sofia non avrebbe fatto altro che alimentare il desiderio.
 
Le ore trascorrevano, le parole fluivano, le mani si stringevano quasi a volersi fondere.
 
“E’ meglio che ci avviamo verso la stazione” esclamò Sofia guardando l’orologio.
“Andiamo” aggiunse Alberto e si incamminarono.
 
Stava per giungere il momento peggiore. Quello in cui avrebbero dovuto salutarsi e tornare, dal giorno dopo, a comunicare attraverso monitor e tastiera. Niente più sguardi, né dita intrecciate, ne baci o abbracci.
 
Sicuramente si sarebbero rivisti ma chissà quando! La distanza è gli impegni reciproci avrebbero creato le tragiche condizioni per cui il prossimo incontro non sarebbe avvenuto in tempi brevi.
 
Il primo a salire sul treno fu Alberto. Dopo aver stretto a sé Sofia e averla nuovamente baciata, si voltò camminando fino ad essere inghiottito da un vagone del treno.
 
Sofia non riuscì ad allontanarsi subito, rimase sul binario come se ciò potesse garantirle una sorta di prolungamento dell’intimità vissuta con Alberto. La sua mano adesso sembrava così vuota ed incompleta.
 
Seduto sul sedile del treno e visibilmente agitato l’uomo non riuscì più a reprime i propri istinti, lo aveva fatto per tutto il giorno, ce l’aveva messa tutta per controllarsi ed apparire come Sofia desiderava.
 
“Adesso basta!” mormorò tra sé e sé, spintonando un viaggiatore nel corridoio del vagone con l’intento di scendere dal treno prima che partisse.
 
Si precipitò sul binario pregando, anzi supplicando Dio che Sofia non si fosse ancora allontanata.
 
Era ancora lì, uno sguardo malinconico velava i suoi occhi. Poi vide lui che correva e gli andò incontro.
Lui la prese per mano e disse “Non potevo andarmene senza di te! Questa giornata non dovrà mai terminare.”
 
“Cosa intendi?” chiese lei. “Seguimi e vedrai. Non ci lasceremo più! Te lo prometto” rispose Alberto conducendo Sofia verso la toilette.
 
Sull’immenso specchio si stagliava l’immagine romantica di una coppia. L’uomo alle spalle della donna amata la cingeva con le braccia.
 
 “Chiudi gli occhi” mormorò Alberto con voce carica di emozione. “ti amo”.
 
Affondò i denti affilati nel collo di lei creando due piccoli fori dai quali fuoriusciva copioso il sangue di Sofia.
 
Era tutto il giorno che attendeva questo momento. Gli ci erano voluti mesi di parole riversate sapientemente sul monitor, ma non era stato così faticoso con il copia e incolla.
 
Il copione veniva ripetuto ormai da anni con ottimi risultati.
L’unica accortezza di cui non ci si doveva dimenticare era cambiare il nome della vittima ogni volta.
Sarebbe stato davvero indelicato scrivere o pronunciare il nome sbagliato.
 

La mente instabile di:darksylvia ha scaraventato questo delirio alle ore 16:52 | link | commenti (5)
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mercoledì, 03 maggio 2006

Pochi secondi

3dOrologio00Dopo averci pensato per lungo tempo Laura prese la decisione definitiva.
In effetti non era stato per niente facile ma andava fatto. Il tempo trascorreva e nulla sembrava cambiare per lei.
 
Le emozioni l’avevano attraversata come fili sottili quasi invisibili, così come l’avevano travolta i momenti di esaltazione che puntualmente finivano col cedere il passo all’angoscia più profonda.
 
Tutto era accaduto e lei aveva vissuto ogni sensazione pienamente, assaporandone il gusto dolce e talvolta così aspro senza mai arrendersi, senza mai tirarsi indietro perché, aveva sempre ritenuto, tutto va consumato fino allo stremo, fino al limite massimo.
 
Quindi si preparò per il grande passo. Lo fece molto accuratamente in modo da non lasciare nulla al caso.
 
Quando si decide di intraprendere un’azione lo si deve fare con la certezza che la stessa andrà a buon fine.
 
Guardò il cielo giusto per ricordare le sensazioni provate ogni qualvolta lo aveva ammirato affascinata e turbata dalla sua immensità, poi chiuse gli occhi ed in pochi secondi tutto accadde.
 
Lei era lì adesso, dolcemente adagiata su di una nuvola bianca e volteggiava provando la stessa emozione di quando da piccola si abbandonava completamente sul sedile di una giostra lasciandosi trasportare senza pensieri.
 
Adesso come allora tutto sembrava finalmente facile e distante, semplice ed insignificante.
 
Tutto era come avrebbe sempre dovuto essere. Lei semplicemente non avvertiva più alcuna delle esigenze che tanto l’avevano tormentata in passato.
 
Ogni cosa acquisiva il giusto senso, così i timori parevano essersi ridimensionati e le speranze assumevano strane forme quasi tangibili.
 
“Perfetto!” pensò “Ora è tutto perfetto!”
 
“Adesso appartengo davvero a questo mondo che mi ha voltato le spalle più di una volta, che mi ha tradito quando ne ha avuto l’occasione.
Ora che di tutto questo non mi importa più nulla e la mia prospettiva è cambiata, ora proprio ora…” pensò sorridendo per poi esplodere in una sonora risata, mentre un tramonto dagli intensi colori l’avvolgeva completamente.
 
“Vale la pena di vivere per assistere ad un momento come questo”
 
Fluttuava leggera e visivamente ricordava la sua vita apparentemente priva di senso.
 
“Sta a vedere che riesco addirittura a trovare un significato profondo ad una vita tanto banale ed inutile proprio adesso…………sarebbe davvero il colmo!” esclamò ad alta voce.
 
Tanto chi poteva sentirla se non le nuvole, il cielo e qualche stella di passaggio.
 
Improvvisamente un volto le si parò davanti agli occhi. Era il volto più bello e dolce che avesse mai visto, quindi lo fissò per qualche secondo.
In un momento come quello anche le circostanze più inconsuete avevano un senso logico, per questo si prese tutto il tempo che le occorreva prima di parlare, prima di cercare di capire.
 
D’altra parte aveva cercato fin troppo di capire in precedenza senza ottenere risultati apprezzabili.
 
“Laura”disse la strana visione “Cosa stai facendo? Non è questo il tuo posto…..non è qui che dovresti essere”
“Chi sei?”chiese lei “Cosa vuoi saperne di quale sia il mio posto? E’ esattamente qui che voglio stare………non mi sono mai sentita più in pace con me stessa!” dichiarò con una serenità che non le era mai appartenuta prima.
 
“Laura, Laura non è stato stabilito che le cose vadano così………..Non si può sconvolgere l’ordine delle cose. Devi affrettarti a tornare indietro. Lo devi fare adesso!” tuonò la voce imperiosa.
 
“Ti sbagli cara visione. Non so chi stabilisca cosa, ma io ho stabilito questo e le cose andranno in questo modo. Non tornerò nel luogo che ho abbandonato. Non lo rimpiango neanche un po’.”
 
Detto ciò chiuse gli occhi e si voltò dando le spalle al volto che impaziente insisteva.
 
“Hai ancora pochi secondi. Ti pentirai della tua scelta vedrai!”
 
“Non mi pentirò, non succederà non preoccuparti. Andrà tutto per il meglio………..questa volta….”
 
L’impatto con il cemento fu improvviso e secco. Qualcuno accorse e si udirono voci confuse e sovrapposte.
“Oddio chiamate un’ambulanza!” gridò una signora tra le lacrime.
“Non la muovete. Lasciatemi passare sono un dottore. Non la toccate!” ordinò un uomo correndo verso il corpo.
 
Laura assisteva alla scena a qualche metro dal suo corpo inerme steso sul cemento freddo.
 
Il medico si avvicinò ed in quel momento lei riconobbe in lui il volto della visione di pochi secondi prima.
 
Si fissarono negli occhi e quell’istante sembrò non terminare mai.
 
And when I think that I'm alone it seems there's more of us at home. It's a multitude of angels
And they're playing with my heart....”
 
Ore 07,13 come ogni mattina Laura aprì gli occhi al suono della sveglia.
 
La spense, si stiracchiò, poi fece per alzarsi dal letto quando una serie di immagini presero a scorrere rapide nella sua mente.
 
“Ancora quello strano sogno! Ma cosa dovrebbe significare?” chiese a se stessa.
 
Quindi, ancora intorpidita, si alzò per andare in bagno. Spostò la coperta da un lato e non notò la piccola piuma bianca che sostava candidamente sul cuscino accanto al suo.
 

La mente instabile di:darksylvia ha scaraventato questo delirio alle ore 20:35 | link | commenti (7)
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martedì, 25 aprile 2006

L'ultimo Giorno

LibroQuesta volta era davvero troppo. Tutto questo era davvero troppo. Aveva inviato il manoscritto a decine di case editrici ma nessuna lo aveva degnato di una risposta.
Eppure Tom era convinto che il suo fosse un capolavoro. Ci aveva lavorato notte e giorno per quasi un anno, assistito da intere caraffe di caffè e accecanti luci di lampade al neon.
 
Vi aveva dedicato l’anima, e non solo.
 
Rinchiuso nel suo studio, che altro non era che un piccolo spazio ritagliato all’interno del garage, aveva ridotto a pochi metri quadrati la sua intera vita.
 
Un piccolo tavolo traballante completamente coperto da macchie di caffè e bruciature di sigarette che proprio non riusciva a smettere di fumare.
Un posacenere in ceramica, in realtà una vecchia ciotola da macedonia, colmo fino all’orlo e attorniato da una sorta di cornice di cenere fuoriuscita, sostava su di un ripiano.
 
Aveva deciso che dopo la pubblicazione della sua opera avrebbe smesso di fumare.
Sarebbe diventato senz’altro abbastanza ricco da potersi permettere un trattamento in qualche centro abilitato alla disintossicazione dal fumo e perché no anche dall’alcool.
Le bottiglie vuote per terra non si contavano più. Lui sicuramente non le aveva mai contate.
 
Decise di andare personalmente a parlare con qualcuno presso l’ultima casa editrice a cui aveva spedito il manoscritto. Per un attimo fu tentato dall’idea di telefonare a prendere appuntamento, poi immaginò l’atona voce di una segretaria annoiata che gli avrebbe risposto che il Sig. Tal dei Tali era in riunione, o in qualsiasi altro posto, limandosi allegramente le unghie mentre faticava a trattenere la cornetta del telefono appoggiata tra l’orecchio ed una spalla.
 
Quindi afferrò le chiavi della macchina e partì convinto di meritare per lo meno una motivazione, una qualsiasi spiegazione. “Insomma Cristo! Almeno l’educazione!” sbottò tra sé e sé.
 
Non appena avviata la macchina la radio lo aggredì urlando con  volume assordante qualcosa come:
“if you wanna be somebody – if you wanna go somwhere- you better wake up and pay attention…..”
Spense la causa di un mal di testa incipiente e proseguì verso la meta.
Dopo essersi meritato la multa dell’anno per come  parcheggiò, entrò nell’edificio.
Chiese informazioni sul nome della persona che riceveva i manoscritti, una tale Signor Blake, che gli fu detto era in riunione. “Ma va?” pensò.”Chi l’avrebbe mai detto?”.
 
Disse che avrebbe chiamato per un appuntamento e si allontanò. Attese diligentemente che la segretaria annoiata si distraesse e si precipitò all’interno dell’ufficio del Signor Blake.
 
L’uomo probabilmente era in riunione con se stesso perché era solo e leggeva il giornale.
 
Alzò la testa di colpo, stupito dall’entrata trionfale ed inaspettata di Tom.
“Chi l’ha fatta entrare? Chi è lei?” chiese con tono spazientito e lievemente arrogante.
“Mi scusi per l’intrusione” cominciò a disagio Tom “Ehm…..io volevo parlarle di una cosa importante”
“Non lo sa che deve prendere un appuntamento? Se facessero tutti come lei sarebbe la fine per me. Quale sarebbe questa cosa importante?” chiese con evidente indifferenza verso ogni possibile risposta.
“Ho inviato un manoscritto qualche settimana fa. Vorrei sapere se lo ha letto,  cosa ne pensa e soprattutto perché non mi ha risposto”
 
Il signor Blake scoppiò in una fragorosa risata “Questa sarebbe la cosa importante?”
“Senta qui arrivano manoscritti a centinaia ogni giorno. Le pare che io possa leggerli tutti e soprattutto in breve tempo?”
“Se ne vada e non mi faccia perdere altro tempo” detto questo tornò a leggere il suo amato giornale.
 
Una rabbia incontrollabile cominciò a dare la scalata al sistema nervoso di Tom.
“Non vado da nessuna parte se prima non mi prometterà di leggere il mio libro” ringhiò.
 
“Sta scherzando vero? Io non prometto niente a nessuno. Lei è pazzo! Esca immediatamente dal mio ufficio!” sentenziò l’uomo senza ammettere repliche.
 
Sentirsi dare del pazzo riportò Tom indietro nel tempo di qualche mese. Esattamente al momento in cui la moglie aveva preso la bambina con sé e lo aveva lasciato, non sopportando ulteriormente di saperlo rinchiuso in garage a scrivere, bere e fumare.
Lui le aveva promesso che sarebbe tutto finito quando il libro sarebbe stato pubblicato, quando sarebbero stati talmente ricchi da potersi comprare una villa come lei aveva sempre sognato.
La moglie non aveva dato il benché minimo credito alle sue parole e sbattendo la porta gli aveva urlato “Tom ritorna in te………….tu sei pazzo!”.
 
Da allora non l’aveva più rivista né sentita. A dire il vero era tornato al suo libro senza mai cercarla. L’avrebbe fatto quando sarebbe diventato famoso e lei avrebbe dovuto ricredersi eccome sul suo conto.
 
Tom si avvicinò alla porta d’ingresso, mentre il Signor Blake sorrideva soddisfatto pensando che con certa gente era proprio il caso di dar libero sfogo a tutta la propria arroganza se si voleva ottenere un risultato.
 
Giunto alla porta Tom girò la chiave nella serratura e poi se la mise in tasca.
 
Il Signor Blacke lo osservò perplesso. “Cosa fa? Apra la porta e se ne vada!” tentò nuovamente le maniere forti sospettando che questa volta non avrebbero sortito l’effetto desiderato.
 
“Sia zitto!”Urlò Tom.
“Dov’è il mio manoscritto? Lo cerchi immediatamente! Si intitola L’ultimo giorno di Thomas Morgan” e nel dire questo Tom estrasse dalla tasca della giaccia un coltello. Poi guardò l’orologio. Erano le 15,30.
Il signor Blake cominciò a far scorrere nervosamente le dita tra gli innumerevoli documenti accatastati a lato della scrivania.
“Si muova!”  
“Eccolo l’ho trovato”esclamò sollevato il Signor Blake, ma non appena alzò lo sguardo vide il coltello e capì che la situazione si prospettava molto più complicata di quanto pensasse.
 
“Bene” disse Tom “Venga qui!”
“La prego cosa vuole fare? Le prometto che lo leggerò al più presto. Non faccia cose di cui potrebbe pentirsi, manterrò la promessa glielo giuro!” Supplicò l’uomo.
 
“Oh certo che lo leggerà!” dichiarò Tom in preda ad una sorta di esaltazione.
“Si metta in ginocchio qui davanti a me!” Urlò poi.
“Cosa? La prego non mi uccida! Non otterrà nulla comunque. Le prometto che se mi lascia andare pubblicherò il suo libro senza nemmeno leggerlo. Le do la mia parola” balbettò singhiozzante l’editore.
Fu il suo più grande errore perché Tom più che alla pubblicazione della sua opera teneva al fatto che qualcuno lo leggesse attentamente.
“In ginocchio qui! Subito!” Gridò Tom cominciando a prendere a calci le sedie facendole volare per la stanza.
 
“Cominci immediatamente a leggere il manoscritto ad alta voce. Deve terminarlo entro due ore. Dopo di che per ogni mezz’ora in più che le occorrerà le taglierò una parte del corpo.
Sono le 15,30, se fossi in lei mi sbrigherei!”
 
“Come? Cosa? Non posso leggere tante pagine in due ore…..lo sa benissimo che non è umanamente possibile!” dichiarò sconfitto tra le lacrime ed il sudore che ormai scorreva copioso sotto i suoi abiti firmati.
“Sta perdendo tempo……..COMINCI!!!” gridò Tom rovesciando la pila di manoscritti nei quali fino a poco prima si trovava anche il suo.
 
Il Signor Blacke cominciò a leggere. La sua voce tradiva lo stato d’animo di un uomo che sa di essere prossimo alla fine. Ogni tanto la lingua si inceppava e doveva riprendere la frase dal principio.
Tom non ascoltava ma guardava fisso fuori dalla finestra. Amava semplicemente l’idea che qualcuno leggesse ciò che aveva pensato per circa un anno. Avrebbe voluto che la prima a farlo fosse stata la moglie, ma lo aveva abbandonato dandogli del pazzo.
 
Erano le 17,20. Il Signor Blacke non aveva letto che un terzo del libro. Il sudore gli si era avvolto intorno come un ampio mantello.
“Non ce la posso fare! Tra dieci minuti scadono le due ore. Tom per favore mi lasci andare le prometto che continuerò fino alla fine” supplicò inutilmente.
Tom si ridestò dal torpore in cui era caduto.
Si avvicinò all’uomo inginocchiato e improvvisamente si rese conto di ciò che aveva fatto.
 
“Signor Blacke mi dispiace. Le chiedo scusa per tutto questo. E’ che vede sto passando un brutto periodo. Mia moglie mi ha lasciato e si è portata via nostra figlia. Tutto per questo maledetto libro!
Lei mi deve aiutare perché se diventerò ricco potrò riavere la mia famiglia capisce?” disse Tom piangendo sommessamente e cercando negli occhi dell’editore la comprensione di cui aveva estrema necessità.
“Non c’è bisogno che si scusi. La capisco perfettamente. A tutti capitano momenti di sconforto. Non si preoccupi io manterrò la mia promessa”
 L'editore approfittò della vulnerabilità di quel momento e con un movimento rapido riuscì ad impossessarsi del coltello.
Lo sguardo vitreo di Tom si posò prima incredulo sul volto dell’editore poi scese lentamente fino alla lama del coltello conficcata profondamente nelle sue viscere.
 
Il Signor Blacke si alzò da terra prima di macchiare irrimediabilmente i suoi preziosi abiti con il sangue che cominciava a scorrere formando una pozza crescente sul pavimento .
 
“L’ultimo giorno” pensò l’editore “decisamente un titolo azzeccato!”
 
Poi guardò l’uomo riverso per terra, con la certezza che “certa gente” bisognava trattarla in un “certo modo”.

La mente instabile di:darksylvia ha scaraventato questo delirio alle ore 13:23 | link | commenti (11)
categorie: racconti

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